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Il turismo non è un catena di montaggio: garantire pluralità

di Lino Enrico Stoppani

Nel dibattito pubblico torna con insistenza l’idea del turismo come grande industria nazionale: una piattaforma produttiva da governare centralmente, enunciandone addirittura i “dieci comandamenti”. Comprendiamo l’intenzione: dare al settore la dignità economica che merita, sottraendolo alla retorica del tempo libero che per decenni lo ha relegato a comparto minore. Ma c’è un rischio di fraintendimento: chi parla di “industria” pensa probabilmente all’inglese, dove industry indica un settore economico, non fabbriche o catene di montaggio. Una sfumatura che rischia di portarci fuori strada. Perché la metafora industriale applicata al turismo ci conduce nella direzione opposta a quella che buon senso e numeri suggeriscono.

Più che il turismo a dover diventare un’industria, è forse il glossario economico a dover abbandonare canoni del Novecento, quando fare economia significava standardizzare e crescere significava concentrare. Un’industria vive di economie di scala, standardizzazione, replicabilità. Il turismo italiano vive dell’esatto contrario, 117 miliardi di euro di valore aggiunto generato ogni anno, di cui 59 nella sola ristorazione, non escono da poche grandi “fabbriche” dell’ospitalità: si distribuiscono su 3.292 comuni turistici, con una capillarità che pochissimi Paesi al mondo possono vantare. E quel valore non resta chiuso nel perimetro del settore: ogni euro speso da un visitatore ne attiva altri nel territorio.

Il turismo non è una filiera verticale da ottimizzare, ma un moltiplicatore diffuso, radicato localmente. Non esiste un unico turismo italiano: ne esistono molti, e non si somigliano affatto. C’è la Riviera adriatica, che vive di clientela domestica e per questo ha retto meglio gli shock internazionali; ci sono le città d’arte come Roma, Firenze e Venezia, dove i visitatori stranieri generano fino all’87% del valore della ristorazione; ci sono le valli altoatesine con quote di turismo tedesco vicine al 90%, le coste del Sud, i borghi dei cammini, la montagna, i laghi, la balneazione, il turismo sportivo ed enogastronomico. Modelli che rispondono a logiche diverse.

Quale piano industriale unico potrebbe servirli tutti, senza appiattirli su un minimo comune denominatore? La ristorazione, con la sua eterogeneità, è la prova vivente di questa ricchezza diffusa. Genera da sola 11 miliardi di valore aggiunto turistico, oltre la metà di quanto prodotto dal comparto alberghiero: ci sono le grandi mete turistiche come Roma, Milano, Firenze e Napoli, ma anche piccoli comuni come Baschi, Brusaporto o Canneto sull’Oglio, diventati famosi per ristoranti che identificano una destinazione. In 89 dei primi 200 comuni turistici, i visitatori stranieri generano più valore degli italiani a tavola. E non a caso nel mondo operano oltre 90mila ristoranti italiani, la più capillare rete di diplomazia culturale che il Paese possieda, nata spontaneamente, senza un piano industriale.

Il punto, allora, non è industrializzare il turismo, ma rafforzare le condizioni che gli permettano di restare libero e, nella sua eterogeneità, unico. Servono infrastrutture materiali e immateriali: trasporti che portino i flussi dove oggi non arrivano, connettività efficiente, regole semplici e stabili su cui pianificare investimenti. Serve trattenere sul territorio il valore che oggi sfugge verso piattaforme e intermediari internazionali, e investire su competenze e formazione.

Serve inoltre un riconoscimento atteso da troppo tempo: la ristorazione non è ancora considerata giuridicamente impresa turistica restando ai margini delle politiche di settore. Si celebra la Cucina italiana come Patrimonio Unesco e leva di attrazione turistica, lasciando fuori chi la determina e la qualifica.

Il turismo italiano ha bisogno di essere riconosciuto per quello che è: non un’industria, ma una formidabile, complessa rete di servizi che costituisce il tessuto connettivo della destinazione, e che consente ai turisti di spendere tempo e denaro in misura maggiore rispetto alle intenzioni di viaggio. Una rete fatta da centinaia di migliaia di imprenditori e milioni di lavoratrici e lavoratori che valorizzano, con la loro unicità, ogni angolo del Paese.

E che si aspettano che lo Stato tuteli questa biodiversità, dandole strumenti per correre anziché ingabbiarla. Sarebbe la più lungimirante e urgente delle politiche economiche per estrarre grandi potenzialità.

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